LA PLUSDOTAZIONE INTELLETTIVA

Aggiornamento: 16 lug


Durante lo scorso mese di settembre ho avuto l'occasione di essere invitato a partecipare a un incontro sulla plusdotazione intellettiva.


Il dibattito in questione fa parte di una serie di appuntamenti mensili che prendono il nome di "Autour de la table". Questi incontri sono organizzati da Karine Maurel, precettrice, "mental coach" in ambito sportivo e specializzata in soggetti ad alto potenziale cognitivo. A "Autour de la table" partecipano sia esperti che non esperti chiamati a dialogare su temi quotidiani relativi all'infanzia, alla famiglia, all'educazione, all'istruzione e ad altre problematiche che ne derivano.


Le altre due invitate che mi hanno accompagnato erano Béthanie Surget e Elena Pugin. Béthanie Surget è una coach diplomata in neuroscienze della motivazione e specialista in comunicazione relazionale. Anche Elena Pugin è una coach specializzata in neuroscienze e che lavora con una tipologia di studenti chiamati neuro-atipici.


Vi propongo qui di seguito il testo sul quale ho preparato il mio intervento. Alcuni dei concetti in esso contenuti li ritroverete anche all'interno del video dell'incontro che precede questo articolo.


La mia esperienza come insegnante in scuole di lingue con i bambini e la mia filosofia d’insegnamento.


Pur essendomi specializzato nell’insegnamento dell’inglese ad adulti, la tipologia delle scuole di lingue in cui mi sono trovato a lavorare sin dal 2004, mi ha spesso portato a lavorare principalmente con bambini e adolescenti.


La mia personale conclusione tratta da questa esperienza lavorativa è molto semplice. Ogni bambino ha un cervello unico, abilità in cui eccelle, un proprio stile di apprendimento e una propria motivazione. Se riusciamo a scoprire tali abilità, capire come valorizzarle e la sua motivazione, il processo di apprendimento può essere per il bambino un’esperienza proficua e produttiva. In caso contrario, potrebbe convertirsi in un insuccesso e in un ricordo negativo che si porterà dietro nel corso degli anni a venire e che potrebbe vanificare o rendere poco efficace ogni altro tentativo futuro.


Sto pensando a tutti gli adulti con i quali ho avuto occasione di lavorare e che, volendo riavvicinarsi all’apprendimento linguistico, mi dicono ancor prima di cominciare: “Le lingue non sono il mio forte!”


Questa affermazione è il ricordo di una o più esperienze negative avute in passato. A mio modo di vedere, le ragioni di un passato insuccesso possono essere molteplici e non devono per forza essere legate a una nostra carenza di abilità.


Come adulto, mi riconosco in tutti quei bambini che hanno avuto differenti tipi di difficoltà di apprendimento durante il periodo scolastico. Io stesso ci sono passato anche in campi legati a ciò che ora insegno.


Non parto quindi mai dal premessa che un alunno non possa imparare una delle lingue che insegno. È possibile, invece, che non abbia ancora trovato la motivazione che lo spinge ad apprendere o il modo che meglio si adatta alle sue capacità.



La mia esperienza con i bambini plusdotati. Il metodo utilizzato.


Circa un anno fa sono stato contattato da una mamma che era interessata a lezioni d’italiano per suo figlio.


Mi ha fatto sapere sin dal nostro primo incontro che si trattava di un “bambino plusdotato”.


Non posso né affermare, né escludere che alcuni dei bambini con cui ho lavorato in passato fossero anche loro dei plusdotati, e considero quindi questa come la mia prima esperienza di questo tipo.